Un ragno-imbroglione dei racconti africani, un animale che nessuno osa attaccare e una donna nera e queer che ha riscritto le regole del rock britannico. Il 23 luglio quella voce arriva a Napoli. Ecco perché conta.
Metà anni Novanta: in Gran Bretagna le band con la chitarra avevano nomi fatti per essere cantati in coro. Blur, Oasis, Pulp, Suede. Una o due sillabe, facili, amichevoli, costruiti per stare bene su una maglietta e in bocca a uno stadio intero. Poi, dal sud di Londra, arrivò un nome che suonava piuttosto come l’etichetta di un avvertimento: Skunk Anansie. Difficile da pronunciare, impossibile da collocare, per niente rassicurante. Ed era esattamente questa l’idea.
Perché quel nome è già un manifesto. Bastano due parole, ma sono due mondi.
Anansie viene da Anansi, il ragno-imbroglione dei racconti del popolo Akan, in Ghana. È un trickster: piccolo, furbo, sovversivo, uno che non vince con la forza ma con l’astuzia, capace di beffare i potenti. Portato oltre l’Atlantico nelle stive delle navi negriere, Anansi è sopravvissuto nella tradizione orale dei Caraibi, e da lì è arrivato fino a una bambina di Londra figlia di genitori giamaicani. Skin lo incontrò in televisione, raccontato da Miss Lou — Louise Bennett, la grande narratrice giamaicana. Per lei quel ragno era un filo diretto con le proprie radici, e insieme l’idea di una musica meno innocua: più personale, più politica.
Skunk, la puzzola, la propose invece Cass, il bassista. E no, non c’entra la cannabis, come in molti hanno sempre creduto: è l’animale bianco e nero che nessun predatore osa attaccare. Non è grande, non è un cacciatore, eppure viene rispettato, perché sa difendersi. Messi insieme — un ragno-trickster delle radici africane e caraibiche e un animale che non conviene sottovalutare — restituivano una dichiarazione d’identità travestita da nome.
E il nome calzava, perché tutto negli Skunk Anansie era ciò che il rock britannico di quel momento non era. Il Britpop era in larga parte bianco, maschile, nostalgico, figlio della lad culture. Davanti agli Skunk Anansie stava invece una donna nera, queer, con la testa rasata, che faceva un rock pesante e frontale: Skin lo battezzò “clit rock”. Forse quella voce ce l’avete già in testa senza saperlo — “Weak”, “Hedonism” — ma dietro i singoli che hanno fatto il giro del mondo c’erano canzoni che nominavano il razzismo, la sessualità, il fascismo, il potere, senza chiedere il permesso di poterlo fare. Non una band che voleva piacere, ma una con cui bisognava fare i conti. La puzzola che sa difendersi; il ragno che batte i forti con l’ingegno.
Il momento in cui tutto questo diventò storia ha una data precisa: 27 giugno 1999, Glastonbury, Pyramid Stage, la domenica sera. Con quel concerto Skin divenne la prima donna nera — e il primo artista nero britannico in assoluto — a fare da headliner al festival. Un traguardo che non si sarebbe ripetuto per vent’anni, fino a Stormzy nel 2019. E non arrivò senza resistenze: parte della stampa storse il naso, sostenendo che il loro “stadium punk” non fosse degno di chiudere la serata più importante. Skin ha raccontato che l’ostilità nei loro confronti fu il doppio di quella riservata a Jay-Z prima del suo concerto da headliner del 2008. Salì sul palco con qualcosa da dimostrare, e — sono parole sue — fu come un fiammifero gettato in un campo di polvere da sparo. Per anni quel primato è stato raccontato a mezza voce: una “prima volta” che nessuno festeggiò come tale, il che, sull’epoca, dice già molto.
C’è però un dettaglio che rende l’arrivo degli Skunk Anansie a Napoli qualcosa di più di una semplice tappa. Mentre buona parte del mondo anglofono si raffreddava, l’Italia non li ha mai mollati. Post Orgasmic Chill, il loro terzo album, qui vendette centinaia di migliaia di copie; “Secretly” ha attraversato le estati italiane passando dal Festivalbar; Skin ha duettato con i Marlene Kuntz, si è seduta dietro il bancone di X Factor Italia, ha celebrato in Trentino un matrimonio simbolico con la compagna quando in Italia non era ancora possibile, e dell’Italia si è dichiarata innamorata più volte. Un concerto degli Skunk Anansie da noi, insomma, non è un artista straniero che passa: assomiglia piuttosto al ritorno in un Paese che ha riconosciuto la band quando altrove si guardava dall’altra parte.
E quale palco migliore di Napoli, una città che ha sempre saputo la differenza tra fare rumore e avere qualcosa da dire.
A trent’anni di distanza, quel nome funziona ancora esattamente come doveva: non si dimentica. Un ragno che vince con l’astuzia, un animale che non si lascia mettere all’angolo, e una voce che non ha mai chiesto permesso — si è sempre fatta rispettare.
Il 23 luglio, alla Mostra d’Oltremare, quella voce è a Napoli.
NOISY Naples Fest
23 luglio 2026 — Mostra d’Oltremare, Napoli
Skunk Anansie · Franz Ferdinand · Bluvertigo