Gio Evan: intervista a un “ricercatore sovversivo”

Gio Evan il 30 Novembre sarà il primo ospite del Noisy Club: la rassegna invernale del Noisy Naples Fest, che per il primo anno propone una programmazione invernale con alcuni tra i migliori artisti emergenti del paese!

Per l’occasione, ci ha concesso una dettagliata e interessantissima intervista, in cui si racconta ai suoi fan, e a chi potrebbe diventarlo proprio con questo live. Dal Gio Evan che tutti abbiamo conosciuto tramite le sue parole, scritte o cantate, al Gio Evan inedito che vi è dietro.

 

Gio Evan: scrittore, poeta, cantante. Dovessi metterle in ordine, che ordine sceglieresti?

Nel mio stato vitale attuale ho trasceso il disporre, vivo immerso in un costante contemporaneamente. Mi sento sempre tutto, tutto insieme. Non posso più permettermi di essere un poeta senza essere anche un osservatore di cielo, non posso essere scrittore senza che il giocoliere in me riposi. Mentre canto sono anche madre, bosco e autostrade. Dunque, alla domanda, credo sceglierei il mio ordine animico: ricercatore sovversivo.

 

Cronologicamente, questo è certo, nasce prima il Gio Evan poeta e scrittore. L’idea della musica nasce solo successivamente, o era già tra le tue passioni ed il pubblico a non esserne a conoscenza?

Cronologicamente il pubblico mi ha conosciuto come poeta, ma ero già tante cose. Rimanendo nel vostro tema, avevo già inciso un album nel 2007 “Carnioterapia” con il nome “le scarpe del vento”, e avevo già un romanzo scritto nel 2008.

 

Il tuo ultimo lavoro, “Natura Molta” è fuori da pochissimo. Cosa ci dobbiamo aspettare di nuovo?

Se in “biglietto di solo ritorno” ho messo in evidenzia la mia parte vulnerabile e nostalgica e in “Natura molta” quella dell’amore incondizionato e della resistenza, a questo punto direi che siamo pronti per fare la rivoluzione.

 

L’inizio della carriera musicale, non ha portato solo al cambiamento di dover scrivere e registrare in Studio, ma all’esibizione Live. Come quella per cui il Noisy ti aspetta il 30 Novembre al Common Ground per la prima data del Noisy Club. Com’è stato l’approccio al palco? Quali sono per te i fattori più importanti per una buona esibizione? E quanto pensi il Live conti per definire lo spessore di un artista?

Prima della musica facevo comunque teatro già da 5 anni, portavamo poesie e monologhi, gag e musica, quindi la rincorsa era già stata presa. La musica è stata però un tocco in più che ha completato quello che volevo fare da tempo. Il palco oggi è uno dei miei migliori amici, uno di quelli che ci parli fino a tardi, che ti confidi e ti spalanchi alle intimità della delicatezza. La cosa più importante è quella di non cambiare chi sei una volta salito, di rimanere quello che sei nei tuoi ovunque del mondo, è importante non confondere il palco con un piedistallo, con un podio. Il palco deve essere una lente d’ingrandimento puntata verso l’arte e mai verso l’ego, solo così può essere di tutti. Nel mondo musicale è più importante fare un live che un disco, perché il live è la vita e la vita è sempre più importante di tutto.

 

Adori i giochi di parole, le scomposizioni delle stesse. Ci sono dei riferimenti ad altre forme di letteratura (romanzi, comicità, copioni di film) che ti ispirano particolarmente nel tuo lavoro?

Adoro i giochi di parole ma ancor di più la serietà di concetti, amo l’introspezione del pensiero, e dunque l’ispirazione viene più che altro dalle persone che ho accanto, da quelle che vivo, dai dialoghi che faccio e dai silenzi che mi prendo. Nel mondo artistico ho un forte debole per l’arte del ‘900. da De Chirico a Basquiat, da Beuys all’Abramovic, Fellini e Lynch, Nanni Moretti, Boetti. Mi ispirano molto di più chi non fa e chi non ha fatto il mio lavoro, perché cosi mi completo.

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